A teatro con i minori di Casa Ariel

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I ragazzi ospiti della comunità alloggio di Caserta in scena con il Teatro Stabile di Innovazione

Casa Ariel è la comunità alloggio gestita da Cidis Onlus a Caserta. Si tratta di una “struttura ponte” di prima accoglienza dove sono accolti otto minori stranieri non accompagnati (MSNA). I ragazzi provengono da Bangladesh, Mali e Nigeria e hanno tra i 15 e i 18 anni. Ogni minore è seguito da una equipe multidisciplinare, composta da educatori, mediatori culturali e insegnanti di italiano L2, che garantisce ai ragazzi tutela legale, assistenza psico sanitaria, orientamento ai servizi, formazione e inserimento sociale.

Tra le numerose attività volte a stimolare l’integrazione dei ragazzi nel tessuto cittadino, sta riscuotendo un enorme successo il laboratorio teatrale realizzato in collaborazione con la compagnia “Teatro Stabile di Innovazione della Città di Caserta – Fabbrica Wojtyla”. Le prove si susseguono con cadenza quotidiana e i ragazzi non si perdono un appuntamento!

Dopo aver preso parte alla piéce “Il Clandestino”, messa in scena per le strade della città in occasione del Festival “Letture di Gusto”, Clement e Halomgir sono entrati a far parte del cast di “Rosso Vanvitelliano”, rappresentazione teatrale itinerante unica nel suo genere che si snoda tra le stanze della magnifica Reggia di Caserta. Nello spettacolo recita anche Musa, il maestoso Arlecchino Nero che si è avvicinato al teatro proprio grazie al Cidis, che lo segue da anni. La prima alla Reggia di Caserta, sabato 10 dicembre, ha avuto un grandissimo successo di pubblico. I prossimi spettacoli sono in programma per il 26 e 30 dicembre 2016 e per il 5 gennaio 2017.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Patrizio Ranieri Ciu, direttore, regista e autore di origini albanesi del “Teatro Stabile di Innovazione della Città di Caserta – Fabbrica Wojtyla”, per farci raccontare questa esperienza di condivisione e convivenza.

Com’è iniziata la collaborazione con i ragazzi del Cidis?

Ci siamo incontrati casualmente il primo novembre in occasione della mostra “Migrantes”, e li abbiamo invitati alle nostre prove senza neanche sapere che fossero appena sbarcati in Italia. Il primo incontro è stato magico e surreale allo stesso tempo, ho percepito un senso di solitudine avvertito da entrambi i gruppi di ragazzi, migranti e casertani: i primi, per le ovvie ragioni legate al viaggio e allo sradicamento sofferto, i secondi per la mancanza di prospettive future e punti di riferimento che caratterizza il particolare momento storico che stiamo vivendo in Occidente.

Cosa ti ha colpito maggiormente?

Mi ha affascinato la reazione che c’è stata tra i ragazzi: hanno dimostrato un eccellente capacità di comunicazione al di là del linguaggio. È in quel preciso momento che ho intravisto le potenzialità di questo connubio: le due realtà si sono amalgamate alla perfezione. Inizialmente i ragazzi del Cidis erano spaesati, intimoriti; adesso sono i primi ad arrivare a teatro e gli ultimi a voler andare via!

Quali ragioni vi hanno spinto ad approfondire questo argomento?

Il teatro ha sempre evidenziato e portato alla luce le diversità, noi abbiamo approfondito quella etnica con la piéce “Il Clandestino”. Vogliamo superare barriere e cancelli per arrivare al cuore delle persone. La cosa bella è che il pubblico casertano ha recepito il messaggio. Questo tipo di rappresentazioni possono avere una rilevanza maggiore nelle periferie, dove avvengono questi incontri tra popoli e culture diverse e dove è più marcato il conflitto sociale, sfociando a volte nella cosiddetta “guerra tra poveri”.

Il teatro si conferma un formidabile strumento di integrazione. Pensate che l’ esperienza con i MSNA possa crescere ulteriormente?

I ragazzi hanno trovato una loro dimensione, un equilibrio mentale nel teatro, che si è rivelato un’ancora di salvezza. Non ho avuto problemi, nel corso della prima prova, a far declamare l’Ave Maria a nove musulmani, azzerando dal principio il conflitto tra religioni: i ragazzi hanno compreso che stavano recitando! L’interpretazione di Musa nelle vesti di un Arlecchino Nero, poi, è davvero strabiliante: è un’immagine potentissima, il pubblico rimane a bocca aperta di fronte al suo monologo sui veri ladri, coloro che ti rubano il tempo. È sui giovani che si deve puntare, dando loro un’opportunità sia artistica che lavorativa. Adesso che abbiamo incontrato il Cidis l’obiettivo è quello di ideare un format che, valorizzando il connubio tra l’aspetto sociale e quello culturale delle due organizzazioni, possa fungere da strumento di integrazione effettiva per i migranti accolti nel nostro Paese. Un modello replicabile anche in altre realtà d’Italia.

 Grazie Patrizio!