I racconti dell’accoglienza

Casa Mia è una struttura ponte che da un anno ospita minori stranieri non accompagnati (MSNA) a Prata Sannita, un piccolo centro di 1.700 abitanti nel casertano. Per i non addetti ai lavori: una struttura ponte è una struttura di prima accoglienza, dove i MSNA alloggiano dal momento dell’arrivo in Italia fino a quello del trasferimento in uno SPRAR, ovvero in una struttura gestita dal sistema italiano di protezione di richiedenti asilo e rifugiati.

Lidia, la responsabile di struttura, ci ha raccontato come funzionano le cose in questa realtà.

Lidia, chi sono oggi gli ospiti accolti a Casa Mia?

Prima ci tengo a chiarire una cosa: Casa Mia è una villetta nel centro di Prata Sannita, lo dico perché troppo spesso quando si parla di “struttura” le persone si immaginano casermoni stracolmi. Casa Mia ospita 8 ragazzi, che sono anche la capienza massima della casa — abbiamo un nono letto di emergenza ma non è mai stato usato. Oggi gli ospiti sono tutti ragazzi vicino alla maggiore età, ma in generale hanno in media sui 16 anni. Si tratta per lo più di adolescenti provenienti dall’Africa Sub sahariana: Burkina Faso, Gambia, Mali, Costa D’Avorio, Senegal, al momento però abbiamo anche ragazzi egiziani.

Che tipo di percorso fanno con noi?

Con noi fanno un percorso di cosiddetta Prima Accoglienza: ci occupiamo di alfabetizzazione di base in L2 (ovvero corsi di lingua italiana), di assistenza sanitaria, di supporto psico-sociale e di orientamento legale. Oltre a questi servizi minimi, noi ci teniamo molto a costruire dei percorsi che siano anche creativi, per stimolare i loro talenti e far emergere i loro bisogni, come ad esempio laboratori di informatica, di cucina, di riciclo creativo, di recupero del legno. Spesso siamo riusciti anche ad iscrivere a scuola o al CPIA alcuni di loro, ma la loro breve permanenza in struttura non permette di frequentare un intero ciclo di studi.

Puoi spiegarci brevemente come fa un MSNA ad arrivare a Casa Mia e quali sono le sue opzioni?

Noi comunichiamo quotidianamente le nostre disponibilità di posti in accoglienza al Ministero dell’Interno che ci comunica quando e dove sbarcano i MSNA che dovremo accogliere. I nostri ragazzi sono tutti arrivati via mare, siamo andati a prenderli a Pozzallo, Reggio Calabria, Trapani, Taranto… dove arrivano noi corriamo.

Il minore che arriva da noi ha diritto a tutti i servizi a cui ho accennato e alla nomina di un tutore legale, cosa che prende molto tempo: sebbene le tempistiche vadano migliorando, siamo ancora sui 2/3 mesi di attesa. Le pubbliche amministrazioni non erano pronte a questa emergenza e di fatto anche se il sistema va migliorando, è ancora pieno di falle. I ragazzi dovrebbero rimanere massimo 60 giorni prima di venire trasferiti, ma ad oggi la nostra media è di 120 (si consideri che abbiamo anche un ragazzo che è con noi da un anno!). In questo periodo di tempo noi cominciamo le trafile burocratiche per l’ottenimento del permesso: i ragazzi possono richiedere l’asilo politico, il permesso di soggiorno per minore età o il ricongiungimento familiare con un parente. Per nostra esperienza, di quelli che richiedono l’asilo politico pochi lo ottengono, la maggior parte ottiene la protezione umanitaria (che è ben diversa e dura due anni) e in molti chiedono il permesso per minore età.

Quando arrivano alla maggiore età possono chiedere un rinnovo per lavoro, per studio o per affidamento, ma generalmente in questo momento si pongono problemi gravi perché di fatto i ragazzi vengono sganciati dal sistema di accoglienza senza nessun tipo di paracadute, ed è difficile che riescano ad atterrare bene sulle loro gambe.

Quali sono le altre sfide che affrontate nella gestione di questo sistema?

Bè, sicuramente le tempistiche e l’incertezza burocratica di un sistema impreparato – o comunque improntato sulla gestione delle emergenze senza un vero programma di lungo respiro – creano malcontento in noi e in loro. Sono molti i ragazzi che scappano. A noi è successo poche volte e nella maggior parte dei casi siamo riusciti a rintracciarli: una volta a Roma, una a Modena, una addirittura in Germania. Di alcuni perdiamo le tracce, ma sappiamo che rimangono in contatti con i loro compagni di stanza. È facile immaginare la fine che fanno, e per noi questa è una grossa falla del sistema, che ha ricadute negative su tutta la cittadinanza.

Le altre sfide sono tutte di natura umana ed emotiva: lavorare con MSNA non è facile, trovarsi faccia a faccia con un ragazzo che ha appena perso la famiglia, che magari viaggiava anche nella stessa barca, non è semplice, neanche quando si è preparati. Inoltre la gestione del distacco dai ragazzi, di coloro che vengono trasferiti dopo sei, sette mesi che stanno con noi, può essere traumatica per noi e per loro. Per fortuna rimaniamo in contatto, molti ci verranno anche a trovare quest’estate!

Un successo di cui sei particolarmente fiera?

Ci ha sicuramente fatto molto piacere avere un riconoscimento ufficiale da parte del Ministero dell’Interno, che è rimasto molto colpito dalla nostra casa e dai ragazzi quando ci ha fatto la sua visita a sorpresa. Ma i buoni rapporti di vicinato con la comunità locale sono senz’altro il motivo di orgoglio maggiore: abbiamo la pro loco che ci chiama per organizzare la notte bianca insieme, i contadini circostanti che vengono a cercare i ragazzi quando hanno dei lavoretti da fare, i frequentatori del bar delfino, di cui ormai siamo clientela fissa nei giorni di partite, che conoscono i ragazzi uno per uno. È bello sentirsi così accolti.

Qualche consiglio per gli altri operatori dell’accoglienza? 

Agire sempre nell’interesse del minore ed offrire opportunità che esulino dalla mera accoglienza ma che servano per far esprimere i ragazzi, per comprendere meglio quali sono le loro attitudini e i loro bisogni e porre le basi per realizzare un percorso individuale di autonomia realmente sostenibile.

Come facciamo noi, raccomando a tutti gli operatori delle strutture ponte di lavorare con i ragazzi il più possibile nel tempo che hanno a disposizione e di preparare una relazione finale dettagliata, in modo da  permettere ai prossimi operatori di partire dal punto da cui sono arrivati, valorizzando il percorso già realizzato ed evitando la frustrazione in cui i minori spesso cadono passando da una struttura all’altra e spesso dovendo ricominciare il percorso da capo.

Grazie Lidia!