I racconti dell’accoglienza… al femminile

Abbiamo intervistato Irene Masci, referente di Cidis Onlus in Umbria, le abbiamo chiesto una lettura del lavoro dell’accoglienza in un’ottica di genere, una riflessione sull’accoglienza delle donne richiedenti asilo e rifugiate.

Irene, quante sono le donne accolte in Umbria da Cidis, in quali strutture sono accolte?

Cidis attualmente accoglie in Umbria 15 donne nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) di Umbertide e Foligno e 6 donne nello SPRAR di Foligno. Nel corso dell’ultimo anno sono transitate nei CAS circa 30 donne che ora sono fuori dai programmi di accoglienza. I paesi di provenienza sono principalmente Nigeria, Gambia e Sierra Leone. Nella quasi totalità dei casi si tratta di donne che sono transitate e hanno risieduto anche per lunghi periodi in Libia: mi preme sottolinearlo perché la permanenza in Libia spesso aggiunge ai traumi e alle violenze subite nei paesi di origine ulteriori ferite, e questo vale in particolare per le donne.

Qual è la differenza fra l’accoglienza in un CAS e in uno SPRAR?

Lo SPRAR è il sistema italiano di accoglienza per eccellenza, nello SPRAR oltre all’accoglienza materiale sono garantiti servizi di accompagnamento alla ricerca del lavoro e all’autonomia abitativa che mancano nei centri CAS, che hanno sostanzialmente la funzione di fornire una prima accoglienza materiale ai richiedenti asilo che arrivano via mare, in attesa di essere inseriti nei programmi SPRAR. Inserimento che però spesso non avviene. Seppure il Cidis tende a garantire gli stessi standard di qualità per entrambe le tipologie di accoglienza, a volte i limiti imposti nella gestione emergenziale dell’accoglienza sono insormontabili.

Ci sono ripercussioni che riguardano in particolare le donne?

L’accoglienza nei CAS è un’accoglienza in emergenza e quindi provvisoria, le ricadute di questa precarietà sulle donne di fatto sono maggiori. In teoria, come accennavo prima, le donne vulnerabili (tutte!) dovrebbero essere trasferite nei centri ordinari in tempi brevi, ma nella realtà dei fatti questo non avviene, per cui le donne si trovano fuori dal sistema di accoglienza senza essere assegnata a nessuno SPRAR. Se vittime di tratta, questo porta a ricadere immediatamente nelle reti della criminalità, se donne particolarmente vulnerabili e con percorsi sanitari complessi già avviati, porta all’interruzione dei trattamenti medici, perché costosi e non affrontabili al di fuori di percorsi di sostegno.

Ci sono tratti specifici nel lavoro di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiate donne?

Accogliere le donne è un’attività diversa dalla classica accoglienza per uomini single (che è l’esperienza più comune nel territorio umbro ed italiano), ma le variabili sono molte e non bisogna mai dimenticare la singolarità di ogni persona: ospitiamo donne single, donne con famiglia e donne single con figli, il lavoro è molto diverso per ognuna di queste tipologie. Ospitiamo donne musulmane, cattoliche, animiste, analfabete, altamente scolarizzate con caratteri molto diversi. Trovare dei fabbisogni e delle necessità comuni è molto difficile perché ogni donna ha la sua storia ed il suo progetto migratorio. Di base comunque il Cidis preferisce utilizzare come operatrici e come mediatrici linguistico/culturali delle donne e coinvolgere nel lavoro di staff esperti con competenze specifiche sulle questioni di genere nelle migrazioni.

A cosa ti riferisci in particolare?

Ad esempio, temi importati come le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF) e la tratta per sfruttamento sessuale. Lavorare con degli esperti è importante anche per poter formare gli operatori che quotidianamente lavorano nell’accoglienza di donne, sono loro ad avere un ruolo decisivo per individuare situazioni di particolare vulnerabilità. Nel lavoro con le donne è più che mai importante supportare e qualificare gli operatori e le operatrici e cercare una sinergia di lavoro con i servizi specialistici che offre il territorio, ad esempio i Consultori, per i temi connessi alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e la pianificazione familiare.

I servizi del territorio sono pronti a raccogliere la sfida?

Purtroppo non sempre. Lavorare con i richiedenti protezione internazionale donne significa avere competenze mediche e di mediazione che spesso il personale sanitario non ha. Direi che in generale il sistema dei servizi è ancora impreparato a gestire, soprattutto nell’emergenza, utenti portatori di riferimenti culturali non omogenei ai nostri, che incidono profondamente sul concetto di benessere o sulla gestione della maternità, il rapporto con il proprio corpo, la concezione di salute mentale. Ci sono però anche delle eccellenze. In Umbria è stato possibile avviare collaborazioni proficue con centri specializzati e stimolare l’interesse e il coinvolgimento dei servizi sanitari su temi centrali per l’accoglienza delle donne. Cidis ha stipulato un protocollo di intervento con il Centro Umbro di riferimento per lo studio e la prevenzione delle Mutilazioni Genitali Femminili che fa capo alla Fondazione Celli, ha stabilito contatti con aziende ospedaliere e consultori familiari che si sono impegnati al massimo per garantire alle donne in accoglienza il diritto alla salute. La sfida oggi è trasformare l’eccellenza in pratica comune a tutti i servizi pubblici, sanitari e non.

Ci sono storie che ti piace ricordare?

Ci sono diverse storie di successo all’interno dell’accoglienza Cidis ma sono particolarmente legata a quelle delle donne che sono riuscite ad avviare processi di emancipazione e crescita. Ad esempio A., una donna vittima di MGF che ha deciso spontaneamente di de-infibularsi in seguito a gravi problemi di salute connessi all’apparato urinario. Quando le è stato proposto l’intervento chirurgico era molto spaventata ma anche molto decisa ad intraprendere questa strada. Questo oltre ad aver provocato una condizione di salute fisica notevolmente migliore ha contribuito a una maggiore apertura alla vita e alla socializzazione. A. si è liberata di un fardello che incideva al livello psicologico oltre che fisico, per lei è stato come chiudere un ciclo della sua vita pieno di sofferenze e violenze. Ad esempio L. e G. che, anche se mutilate, sono riuscite a capire l’importanza che la mutilazione genitale ha avuto nella loro esperienza di vita con i partner, ed hanno deciso di rimanere in Italia e non tornare nei loro Paesi d’origine per evitare che questa pratica potesse essere replicata alle loro bambine. Mi viene in mente ancora B. che grazie al supporto di un progetto di accoglienza è riuscita ad allontanarsi dal compagno che esercitava una forte violenza psicologica su di lei. Ed anche tutte le donne con i bambini che hanno integrato il loro modo di essere madri con il nostro, arricchendo le stesse operatrici e alcune operatrici sanitarie di pratiche altrettanto valide per la cura dei figli. Da tutte abbiamo sicuramente imparato ad agire con coraggio.

Consigli per gli operatori dell’accoglienza che lavorano con le donne?

Armatevi di pazienza, empatia e buon senso. Utilizzate la mediazione culturale intesa come negoziazione simbolica di universi diversi e tentate di far scegliere sempre la donna cercando di sospendere, per quel che è possibile, il giudizio. Una scelta fatta dalla donna stessa sarà molto più forte e sostenibile nel tempo di una scelta fatta dallo staff.

Grazie Irene!