L’accoglienza ai tempi del coronavirus

Cidis nel suo impegno per promuovere l’accoglienza dei neomaggiorenni in famiglia con il progetto Mai Più Soli , ha conosciuto Valentina Pigmei che vive a Gubbio con sua figlia e si è subito offerta di accogliere Boubacar, un ragazzo gambiano arrivato in Italia da solo.
Pubblichiamo con grande piacere una narrazione dell’accoglienza in famiglia ai tempi del corona virus per voce della stessa protagonista che è un’affermata giornalista e che ci ricorda che “è vero che siamo tutti nella stessa barca adesso, ma per alcuni la barca è ancora più scomoda.”
Buona lettura

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Dopo quattro mesi di convivenza con Boubacar, un ragazzo del Gambia di 19 anni che io e mia figlia ospitiamo, è arrivata una dichiarazione importante. “Prima non mi piaceva la pasta, adesso è il mio piatto preferito, adesso vorrei mangiare solo pasta!”, ha detto nel suo italiano ancora un po’ stentato. Ridiamo. Anche perché lui la pasta la mangia mescolata con l’insalata. Mila, mia figlia, 10 anni appena compiuti, con il suo italiano forbito e senza accento, ha aggiunto: “E pensare che a me adesso piace più il riso, prima non mi piaceva, adesso mangerei solo quello”. Certo, il basmati come lo fa Boubacar è davvero buonissimo, ma io sono felice di questo scambio di battute perché riassume il senso che ha per me l’accoglienza. Noi ospitiamo Boubacar per aiutarlo, ma quelle che ci guadagnano in realtà siamo noi. In un libro che ho letto di recente “Mohammad, mia madre e io” di Benoit Cohen (SEM libri) – la storia di una signora parigina che ospita un rifugiato afghano a casa sua – c’è scritto che “è più facile dare che ricevere”. Niente di più vero. Per noi è stato tutto facilissimo, per Boubacar all’inizio un po’ meno. La sua difficoltà stava proprio nell’incapacità di lasciarsi aiutare, si diceva preoccupato del peso che poteva darci, ma in realtà credo ci sia un momento di lieve depressione quando si entra in una famiglia dopo esserne stati fuori per tanto tempo. In ogni caso, grazie anche al suo carattere dolce e attento, la convivenza con lui è stata finora facile e senza spigoli.
Questi giorni di quarantena, che sono duri per tutti, lo sono ancora di più per chi come Boubacar ha meno strumenti per capire cosa succede e in parte anche meno strumenti per non annoiarsi. Come ha scritto Paolo Giordano qualche giorno fa sul “Corriere della Sera”, “l’emergenza ci ha fatto scordare in un istante che siamo una moltitudine composita, con bisogni e guai differenti. Nel momento di parlare a tutti, abbiamo parlato per lo più a un solo cittadino che padroneggia l’italiano e possiede un computer e sa usarlo”.
Eppure per noi, per il nostro nucleo famigliare che oggi comprende anche lui, sono stati finora giornate serene: forse questa quarantena ci ha un pochino unito o perlomeno ci ha costretto a vivere più a stretto contatto e a frequentarci di più dentro casa. La cosa che più mi spiace della sua immobilità forzata è che da poco Bouba aveva iniziato a giocare a calcio, dopo aver superato un interminabile percorso a ostacoli burocratico e medico, e lo faceva con grande passione. Le prime volte tornava dall’allenamento sconvolto: “Nel mio paese dopo la partita ognuno va a casa a fare la doccia. Qui si fa la doccia tutti assieme!!!”. Quando si è abituato all’esperienza dello spogliatoio, è arrivato questo mostro che si chiama Covid-19 a mettere in pausa le nostre vite. Da un lato penso che sia un bene che Bouba sia con noi in questo momento terribile e pericoloso – sono certa che nel centro di seconda accoglienza del SIPROIMI (ex Sprar) del comune di Gubbio in cui viveva prima, nonostante tutte le indicazioni che i ragazzi ricevono, le norme sanitarie non saranno mai rispettate come a casa nostra – dall’altra però mi spezza il cuore pensare che lui sia così solo adesso e che non abbia quei contatti famigliari che aveva prima quando andava a trovare i suoi ex-coinquilini. Come tutti noi anche Bouba fa videochiamate e fa lezione di italiano online, guarda molti film, spesso anche insieme a noi, ogni tanto scende giù con in cortile a giocare a pallavolo con Mila che cerca invano di insegnarli questo sport per cui lui è negato nonostante l’altezza e le mani affusolate. Però Bouba non sa leggere, è analfabeta anche nella sua lingua, e nonostante io abbia la casa piena di libri lui non se ne fa nulla e purtroppo non è in grado di trovare un po’ di sollievo o distrazione nelle storie. La sua comprensione dell’italiano non è abbastanza buona per leggere un giornale o capire un telegiornale, quindi il coronavirus per lui è qualcosa di ancora più ignoto di quanto lo sia per noi (forse è meglio così?). Uno dei primi giorni di questa emergenza, quando ancora l’Umbria non era diventata zona rossa, ma stava per farlo, Bouba è venuto da me vestito di tutto punto e ha annunciato: “Valentina, vado a vedere un dottore”. “No, no tu non vai a vedere nessun dottore! Cosa ti senti?”. “Sto male, ho la febbre”. Proviamo la temperatura, ma è perfetta, poi cerco di capire che sintomi ha, ma non ha un bel niente, solo un po’ di raffreddore. E molta paura. Allora gli spiego pazientemente quali sono i sintomi del virus, quando si deve preoccupare e gli dico che in ogni caso non deve andare dal medico perché adesso non c’è nulla di più contagioso degli ospedali e degli studi medici. Annuisce. Tuttavia non sono sicura che abbia capito. Non è facile per noi comprendere ciò che sta succedendo, figuriamoci per lui. Gli ho sempre detto se stai male devi andare dal dottore. Adesso gli sto dicendo di non andarci per nessun motivo! Gli abbiamo detto di socializzare, di giocare a calcio, di stare con ragazzi della sua età. Adesso gli diciamo di stare a casa con noi. Gli abbiamo trovato un lavoro in un ristorante di Gubbio, come lavapiatti. Ci siamo raccomandati che andasse a lavorare puntuale tutte le sere. Adesso il ristorante è chiuso. In questo mondo al contrario Boubacar mi sembra ancora più spaesato di prima.
Qualche tempo fa, prima che tutto questo cominciasse, quando tutti, chi più chi meno, avevamo sottovalutato il pericolo del coronavirus, ho raccontato a Bouba che il primo caso in Africa lo aveva portato un italiano, cosa buffa visto che i migranti sono stati ingiustamente accusati di portare a noi malattie. Lui, che è un ragazzino timidissimo, rispettoso, a volte un po’ imperscrutabile, aveva riso tantissimo. Bouba non mi parla mai dell’Africa, del Gambia, e io non gli chiedo nulla, penso che se vorrà me ne parlerà lui. Mi sembra che lui ora sia concentrato sul presente e che molti dei suoi pensieri e anche dei suoi disagi siano legati dall’incertezza che riguarda il suo futuro. Dove andrò dopo che è finito il periodo di accoglienza? Ci sarà lavoro? Riuscirò a mantenermi?
A volte Bouba non ascolta, come l’altro giorno quando mi ha chiesto di poter uscire per andare a fare la spesa, probabilmente stanco di stare a casa. Gli raccomando di indossare mascherina e guanti. Lui mi dice, sì certo lo farò. Ma poi torna e mi dice che non l’ha fatto perché non gli piace come gli sta mascherina. Mi arrabbio tantissimo e per la prima volta da quando viviamo insieme alzo la voce. Lui è avvilito, e poco dopo mi manda un messaggio, segno che non ha il coraggio di parlarmi, chiedendomi scusa. Il giorno seguente, in segno di pace, io e Mila facciamo gli gnocchi, il suo piatto preferito in assoluto. Che lui mangerà rigorosamente mescolati all’insalata.

Caro Boubacar, mi piacerebbe poterti rassicurare sul suo futuro, dirti quando il ristorante dove lavori aprirà, quando potrai ricominciare a giocare a calcio, quando potrai tornare dai tuoi amici, ma non lo so nemmeno io. Mi piacerebbe poterti rassicurare perché più di tutti tu ne ha bisogno, per il paese che ha lasciato, per le difficoltà che ha vissuto, per le sue perdite inimmaginabili. Perché è vero che siamo tutti nella stessa barca adesso, ma per alcuni la barca è ancora più scomoda. Si dice che quando tutto questo sarà finito dovremo ricostruire il paese come dopo una guerra, ma non c’è nulla di più sbagliato perché questa non è una guerra, ma un’emergenza sanitaria. E per le persone come Boubacar che sono passate dall’inferno della Libia, che hanno letteralmente perso i genitori, nel senso che non sanno più dove si siano, questa nuova “guerra” contro un nemico invisibile non ci voleva proprio.